COSTUME CIOCIARO

IL TERMINE ‘CIOCIARO’

Il termine ‘ciociaro’ lo incontriamo per la prima volta, pur se al femminile : ciociara, quale didascalia sotto alcune incisioni apparse in un album di “Costumi pittoreschi” editi da Bartolomeo Pinelli (1781-1835) nel 1809. Come si pronunci e se si riferisca alle calzature o a qualche altro elemento della vestitura non è dato sapere.

Incontriamo il termine  ‘Ciocia’ a illustrazione di alcune immagini realizzate da Filippo Ferrari (artista disegnatore romano prime decadi del 1800) nel 1825 nella espressione “Donna di Ciocia” e “Uomo di Ciocia” in cui, come si vede, ‘Ciocia’  diventa una località. Nella traduzione francese di tale album si legge : “Femme de Chiochia” e “Homme de Chiochia”. E avremo “Vecchia ciucciara”, “Donna di Chiocchia”, “Ragazza di Chouchar” oppure perfino “Choucharde de Fondi”.

Successivamente si cita il termine nel 1841 in una lettera del Giusti (1809-1850 poeta italiano) in cui informa che i ciociari sono ottimi zampognari e pifferari.

 

Nel periplo della intera Ciociaria intrapreso agli inizi del 1800, Marianna Candidi Dionigi (1756-1826), pur soffermandosi con particolare attenzione in Ferentino, Alatri, Arpino e Atina e pur raffigurandone gli abiti e anche le cioce, non menziona mai il termine ‘ciociaro’ o quello di ‘cioce’. Anzi quando deve connotare le calzature delle ragazze di Atina, nelle quali si imbatte nei loro sfolgoranti costumi ad Arpino nel giorno di mercato, parla perfino di ‘coturni’ ma non di ‘cioce’.

Qualche scrittore della fine del XVIII secolo parla di ciocce, cioccia, chiocchia alludendo alle calzature, qualche altro nella prima metà del secolo XIX parla perfino di  ‘Ciociaria’ ma ne fornisce un significato geografico semplicemente assurdo. Qualche altra fonte parla di ‘chiochera’ ‘chiochere’ voce che si incontra nei dialetti   abruzzese, napoletano, calabrese e, sicuramente quale apporto, perfino in quello romanesco e che si può considerare il termine più comune per connotare questo tipo di calzare. Un’altra fonte ci dice che il termine lo si incontra anche nel dialetto siciliano “è ‘na ciuceria” per dire “è una scemenza, una insulsaggine” dallo spagnolo chocho (pron. ‘ciocio’) che significa appunto scemo, sciocco. Le origini possibili sono dunque tante e il libro “CIOCIARIA SCONOSCIUTA” ne registra non poche. Il suddetto è fondamentalmente lo stato dei fatti e delle conoscenze per quanto riguarda il concetto ‘ciociaro’. Ora vediamo di ripercorrerne la origine più plausibile e, soprattutto, quale è stato storicamente il suo sviluppo e la sua evoluzione.

A seguito delle leggi fondiarie imposte dal papato per incrementare la lavorazione della terra nei latifondi dell’Agro Romano intorno agli ultimi decenni del 1700 e successivamente anche sotto Napoleone, si registra un incremento della immigrazione non solo dei ciociari -presenti nel latifondo romano già da molti anni prima- ma anche dei contadini abruzzesi e marchigiani. Una migrazione particolarmente massiccia si registra dai territori del Cassinate e della Valcomino poiché in questo medesimo periodo -all’incirca fine 1700- caddero preda di una gravissima carestia. Va precisato che sia i marchigiani e sia gli abruzzesi si stanziarono in prevalenza nei territori sulle due rive dell’Aniene mentre i Ciociari in gran parte a Sud del Tevere e nella città di Roma medesima. Il termine ‘chiochera’ -il più diffuso per connotare il tipo di calzatura, come già detto- veniva impiegato nei territori a quell’epoca politicamente ‘napoletani’ cioè appartenenti al Regno di Napoli, vale a dire nelle campagne e nei paesi collocati al di là della riva sinistra del fiume Liri, vale a dire in Terra di Lavoro settentrionale (Sora, Isola, Valcomino, Cassino, Fondi e Itri) ma anche nell’Abruzzo e Campania e, naturalmente, nell’Urbe. Ancora oggi in alcune località tra quelle monitorate a questo fine (Atina, Villalatina, San Biagio Saracinesco) e sicuramente altrove nelle Mainarde sia ciociare sia molisane, qualche vecchio ricorda tale termine. Nella Ciociaria pontina il termine impiegato era di norma ‘cioci’ al maschile.

E’ arduo immaginare che questa moltitudine di affamati e di miserabili potesse indossare ai piedi qualcosa che facesse pensare a delle scarpe ordinarie. Possibili erano solo i piedi scalzi che erano la regola oppure una qualche calzatura primitiva ed elementare, costituita per esempio da un pezzo di pelle appoggiato sotto il piede e tenuto stretto con qualche legaccio o altro attorno al calcagno o fino all’inizio del polpaccio. E’ ben probabile che in questo tipo di calzatura per maggior protezione si avvolgessero, prima, delle pezze attorno al piede fino al calcagno.

Queste erano sicuramente le ‘chiochere’ più sopra individuate che oggi, essendo scomparso dall’uso la vecchio parola, definiamo col termine di ‘zampitti’ o ‘scarpitti’, termine che la dottrina del folklore continua a non considerare rilevante. Ma non le ‘cioce’ che sono ben altro.

Tenuto a mente il termine pinelliano ‘ciociaro’ nonché quel ‘Ciocia’ del Ferrari più sopra ricordati ma soprattutto la situazione sociale nella quale i ciociari si trovavano coinvolti a Roma, e cioè il loro straordinario rapporto con gli artisti stranieri, è ben verosimile che, invece, nei territori più chiaramente papalini, vale a dire quelli grosso modo posti al di là della riva destra del Liri cominciasse a circolare il termine ‘ciocia’ ‘cioce’ di cui però non apprendiamo quale fosse la esatta configurazione allorché viene riferita a calzatura. Quindi è opportuno precisare che il termine ‘cioce’ quando impiegato e sicuramente ‘chiochera’, servissero a connotare le calzature in uso dai contadini nell’Agro Romano, soprattutto a Sud della linea Aniene-Tevere, a partire dalla metà del 1700, inizio della immigrazione più sopra ricordata.

Ma tali calzature elementari e primitive, con o senza pezze, costituite da una suola conciata in casa appoggiata sotto la pianta del piede e fissata con spago o altro attorno a esso e al calcagno, sono i cosiddetti ‘zampitti’ ‘scarpitti’ ( o chiochere) e non le cioce. Le cioce sono altro !

La presenza degli ‘zampitti’’scarpitti’ e quindi la relativa differenziazione da operare con le cioce, costituiscono alcuni dei grandi equivoci che inquinano sia la scienza del folklore le rare volte che si è occupata del termine sia la normale realtà sociale che vorrebbe togliere alle ‘cioce’ uno dei suoi connotati tipici e cioè la sua assoluta ed unica ‘ciociarità’. Infatti le cioce sono e possono essere solamente ciociare e possono rinvenirsi e incontrarsi solo a Roma e nella Ciociaria e, ovviamente, con la ben nota configurazione: spessa pelle di somaro o di maiale o di bue conciata in casa, di colore grigio o scuro, sagomata con cura e risvoltata   attorno al piede, forata ai bordi in un certo criterio e, come regola, le stringhe, o corregge, di cuoio nero avvolte in un modo ben preciso attorno a tutta la gamba fino a sotto il ginocchio, attorno a pezze di norma bianche o, successivamente, a calze. Nel libro “CIOCIARIA SCONOSCIUTA” un capitolo apposito è dedicato alla disamina della vicenda del termine ‘ciocia’. Ma per tornare al tema, i due equivoci di cui sopra -zampitti scarpitti e cioce- tra le tante conseguenze ne hanno sollevata una particolarmente delicata per il folklore ciociaro e per la storia culturale ciociara: gli studiosi o altri, non solo hanno tolto alle cioce un loro determinante attributo cioè la loro tipicità legata ad un territorio ben determinato, quanto le hanno rese disponibili e reperibili anche in altre regioni italiane e perfino all’estero e perfino nell’antichità! Ci troviamo di fronte alla riprova evidente -come costatato all’inizio- che le cioce, in fondo, non si conoscono, con grande danno non solo della individualità ciociara ma anche della dottrina del folklore medesimo poiché ancora oggi quando si incontra la iconografia del ciociaro normalmente si qualifica abruzzese o romano o napoletano o italiano o altro. Mai o quasi mai: ciociaro !

Il termine ‘ciociaro’ come pure quello di ‘cioce’, nella letteratura ufficiale continueranno a restare parole sconosciute. E, per ricollegarci alla messa a punto iniziale, rileviamo che il dizionario Tommaseo (autore del famoso Dizionario del 1865-79), quello del Fanfani (autore del Dizionario edito nel 1856), il vocabolario della Crusca (sodalizio di letterati il cui Vocabolario fu stampato nel 1863), tutti dunque della seconda metà del 1800, ignorano completamente i termini. Verso il 1825/30 menzionerà le ‘cioce’ lo scrittore e uomo politico Massimo D’Azeglio nel libro ’Miei Ricordi’ ammirando le ‘villanelle ciociare’ incontrate a Roma. Più tardi ne parlerà Carducci in una famosa ode ‘Davanti alle Terme di Caracalla’. Ma diciamo che l’ingresso ufficiale nella storia italiana il termine lo avrà solo -con terribile ritardo dunque- nel 1929 con la pubblicazione della prima edizione della Grande Enciclopedia Treccani. Sarà presente la voce ‘Ciociaria’ ma, si badi bene, non cioce e ciociaro. L’indifferenza, diciamo così, della cultura nazionale -che la Treccani impersona- nei confronti della Ciociaria è un dato storico. Sarà solamente la cosiddetta “Piccola Treccani” che solamente nel 1995 riporterà anche i termini cioce e ciociaro.

Ma l’umiliazione diviene maggiore allorché si costata che l’altro dato storico è rappresentato dall’indifferenza radicata delle istituzioni nazionali e ciociare, la loro abulia persistente nei confronti di tale rimozione di cui è stata fatta segno la Ciociaria. Le istituzioni non hanno saputo -e continuano a non sapere- quale eccezionale realtà è stata la Ciociaria.

Ma torniamo alla storia. Si arriva all’incirca al 1850-60 e non si hanno prove chiare e documenti probanti sulla conformazione esatta di quelle che chiamiamo ‘cioce’; non si riscontra la differenziazione con gli ‘zampitti’’scarpitti’, i termini continuano ad essere entrambi fondamentalmente sconosciuti nella letteratura. E gli zampitti/scarpitti, pertanto, li incontriamo non solo ai piedi dei ciociari ma anche in Abruzzo, in Molise e in Basilicata, in Campania: data la loro elementarietà si incontrano dovunque vi è miseria e degrado.

 

Ci volle uno straniero, un tedesco, nel 1856-58 per mettere ordine e puntualizzare per la prima volta le situazioni fin qui evidenziate. Infatti è di lui che stiamo parlando, di Ferdinand Gregorovius (1821-1891), che a quell’epoca ci descrive fedelmente che cosa debba intendersi per ‘cioce’. Egli ne offre la connotazione storica ben nota e alla fine le definisce ‘classiche’, idonee ad essere indossate perfino dai filosofi dell’Ellade antica e inoltre le qualifica ‘eleganti’. Ci descrive quasi fedelmente i ciociari e quale territorio debba intendersi per Ciociaria. Si badi bene che lo scrittore impiega questi termini in italiano nel testo tedesco ! Il che è una riprova, tra l’altro, che ormai alla sua epoca, essi erano conosciuti. Ci descrive perfettamente i costumi, individua la ciociarità di quello che oggi chiamiamo Cassinate e, nel complesso, di Terra di Lavoro settentrionale, sottolinea ed evidenzia che il ‘busto’ (anche esso in italiano nel testo tedesco) delle donne è tipico solo della Ciociaria, come pure lo è il cappello di feltro a cono appuntito indossato dagli uomini, altra caratteristica unica della Ciociaria. Ci fa intravedere anche come frequenti e ricorrenti fossero i legami di questi territori con lo Stato della Chiesa, allorché ci descrive il concorso di popolo ‘napoletano’ alle varie ricorrenze religiose nello Stato Pontificio. E’ il primo e, possiamo dirlo, unico contributo scientifico alla storia sociale, folklorica, economica, geografica della Ciociaria, fino ad oggi. Infatti non solo non si è andati al di là di quanto osservato dal Gregorovius, quanto tutto quanto da lui rilevato è stato in gran parte ignorato o, il che è lo stesso, non dovutamente compreso. Lo scrittore tedesco ci illustra dunque le “cioce classiche” ma indirettamente ci fa capire anche che affianco alle cioce ‘classiche’ ed ‘eleganti’ vi sono calzature indossate dai ciociari che fanno sì, per la loro sciatteria e sporcizia, che i ciociari in generale vengano definiti miserabili, sporchi e rozzi. Quindi indirettamente ci informa che le cioce “classiche” ed “eleganti” non venivano indossate generalmente: più comuni e usate erano quelle che all’epoca si chiamavano ‘chiochere’ e che noi oggi identifichiamo con la parola: ‘zampitti’’scarpitti’.

La parola ‘ciociaro’ nel suo significato completo è adesso che la incontriamo. Ma Gregorovius non ci illumina sulla storia della calzatura, dove nasce e come si sviluppa. E quindi neanche, di riflesso, del termine ‘ciociaro’. Ciociaro è dunque il portatore di cioce. Questo è il suo solo significato.

Pur essendo diventato il costume di Roma, pur essendo il costume d’Italia per antonomasia, pur essendo ormai illustrato ed eternato in migliaia e migliaia di opere pittoriche, pur essendo effettivamente il costume regionale e contadino più conosciuto in tutto il mondo occidentale, va osservato, per concludere, che il costume ciociaro, malgrado siffatta realtà storica semplicemente strepitosa, sia allora sia adesso, continua ad essere ignorato se non perfino rimosso, dalla cultura romana prima e da quella nazionale poi.

La tradizione riferisce che il termine ‘ciociaro’ proviene dalle calzature chiamate ‘cioce’. Qualche raro spunto da parte di qualche studioso aggiunge che tale calzatura si incontra anche in Abruzzo, in Campania, in Calabria e perfino sui monti di qualche paese slavo. Qualcuno ne ricerca la origine e trova le cioce ai piedi dei ‘legionari romani’, un altro ai piedi dei ‘popoli barbarici’. Ciò è quanto sappiamo. Ma si sta parlando delle cioce, quelle “classiche ed eleganti”, o di qualcosaltro? A leggere ancora oggi la definizione di ‘cioce’ che ci fornisce la cosiddetta “Piccola Treccani”  edita nel 1995, quindi attualissima, si ha la conferma che in realtà cosa siano e come siano effettivamente le cioce, lo sappiano ben pochi, oggi ancora! Per chi ha piacere di approfondire tali fondamentali tematiche raccomando la lettura sia di ‘CIOCIARA SCONOSCIUTA’ e sia di ‘IL COSTUME CIOCIARO NELL’ARTE EUROPEA’.

Michele Santulli

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