CITTÀ E LOCALITÀ CIOCIARE

CIVITA D’ANTINO ULTIMO LEMBO DELLA CIOCIARIA

Pochi certamente conoscono questo piccolo comune di meno di mille abitanti annidato a mille metri di altezza nella Valroveto. Lo consideriamo, a seguito della ricchezza di documenti conservati, l’ultima appendice della Ciociaria Storica. Subito dopo si apre l’ampia e splendida valle del Fucino o Marsica dove frequenti e storicizzati sono i legami e i segni che la legano anche alla Ciociaria, come illustrò già il Gregorovius intorno agli anni ’50 dell’Ottocento e come conferma la storia di Montecassino. E in Civita d‘Antino sono tutti presenti gli elementi caratterizzanti della Ciociaria: il cosmopolitismo, l’abito indossato e il modello di artista.

In un intervento precedente abbiamo ripercorso alcune delle presenze artistiche più rilevanti su questo territorio Isola/Sora e Valleroveto, limitandoci solo agli artisti pittori. La città di Isola di Sora o Isola del Liri è stata sin dall’epoca del Grand Tour e cioè dalla metà del 1700, meta continua e ricercata grazie alle sue due maestose cascate che la caratterizzavano, unico esempio di città in Europa con due fenomeni naturali così rilevanti. E quindi il territorio almeno fino alle prime decadi del 1900 fu un punto di incontro continuo degli artisti e qui verso il 1880 iniziò a registrarsi numerosa anche la presenza degli artisti scandinavi e maggiormente danesi, sempre assetati di nuovi temi e di nuovi ambienti. E qui a Sora in particolare si costituì un cenacolo vero e proprio, un luogo di incontro e di soggiorno di numerosi artisti, alcuni della più grande rilevanza quali Theodor Philipsen (1840-1920), Peter S.Krøyer (1851-1909), Edvard Petersen (1841-1911), C.Meyer Ross (1843-1905), Johan Rohde (1856-1935), Joakim Skovgaard (1856-1933) e molti altri. Ma fu nel giugno 1883 che ebbe inizio l’epopea vera e propria di Civita d’Antino poiché fu in questa epoca che si trovò a Sora, coi suoi amici, il pittore danese   Kristian Zahrtmann (1843-1917) il quale, come testimonia una sua lettera a sua madre, non si trovò a suo agio a Sora a differenza dei suoi amici poiché gli mancava soprattutto la luce. E quindi dopo due o tre giorni li lasciò e proseguì il suo viaggio per Civita d’Antino. Perché questo paesello sperduto sui monti della Valroveto? L’artista a Roma aveva “lavorato tutto l’inverno con uno splendido modello”, un giovane aitante e prestante di Civita d‘Antino appunto, di nome Ambrogio, il quale aveva parlato della sua patria, ne aveva descritto la luce e la luminosità e soprattutto ne aveva decantato il buon vino che vi si produceva. E così nel giugno del 1883 Zahrtmann abbandona Sora e, in carrozza o a dorso di mulo e anche a piedi, si avvia verso la Valroveto e da qui verso Civita d’Antino, memore delle parole di Ambrogio. Si insedia presso la famiglia Cerroni la quale assieme alla famiglia Ferrante erano quelle in vista del paesello che all’epoca contava poco più di duemila abitanti. Erano anche le famiglie le cui porte erano di regola aperte per il forestiero e il viaggiatore. E inizia il soggiorno di Zahrtmann che durerà quasi venticinque anni: ininterrottamente ogni estate veniva trascorsa a Civita d‘Antino dove, come scrisse in una lettera, “non si potrebbe essere più vicini al paradiso” e dove a poco a poco costituì una autentica fucina di artisti danesi. Il punto di incontro era di norma Casa Cerroni, con la quale Zahrtmann instaurò un rapporto improntato al massimo rispetto e stima se non amore vero e proprio e nell’arco degli anni tutti gli artisti e apprendisti artisti che si rifugiavano a Civita d’Antino facevano capo a casa Cerroni e ora le tracce di queste presenze sono rappresentate da 89 stemmi, uno per ogni artista ospite della casa, dipinti in un salone. Naturalmente nell’arco degli anni tutti gli artisti menzionati soggiornarono a Civita d’Antino e tutti hanno lasciato opere qui realizzate, presenti nei musei danesi oppure ogni tanto affioranti sul mercato antiquario. E qui va annotato che in Abruzzo sono ormai alcuni anni che si è preso atto di questo incredibile fenomeno sociale e artistico di cui è stata protagonista Civita d’Antino in particolare e con notevoli sforzi e impegno ci si adopera per tenerne viva la memoria con iniziative e manifestazioni e pubblicazioni: in particolare va fatto presente che una istituzione, la Fondazione PescaraAbruzzo di Pescara, oltre a pubblicazioni e ad esposizioni di opere pittoriche sul tema, ha iniziato con fermezza e serietà ad acquistare tutte quelle opere di questi artisti che in qualche modo hanno attinenza col soggiorno a Civita d’Antino o con la Valroveto o con Sora: mi si dice che ora ne possiedono quasi trenta!

L’artista Christian Zahrtmann divenne così amato dai Civitani che nel 1902 lo nominarono cittadino onorario, cosa che inorgoglì moltissimo l’artista ormai non più giovane. Nel 1912 si trasferisce in una nuova casa che si fece costruire a Copenhagen e la chiamò “Casa d’Antino”, tanto profondo e veritiero era il sentimento e la nostalgia che lo legavano sempre a questo lembo di poesia della Valroveto da lui tanto amato. Nel 1913, ormai settantenne, e non più fisicamente idoneo a muoversi, scrive all’amico pittore Peter Hansen che si trovava nel napoletano e gli confessa la viva nostalgia che ha di Casa Cerroni. Come si vede, ci si trova di fronte ad una vicenda avviata da un singolo e da lui portata avanti con fermezza e passione ma nobilitata poco a poco, grazie alla sensibilità e lungimiranza delle istituzioni, a patrimonio storico e culturale di una Nazione che ne ha recepito e fatto proprio il messaggio, tanto è vero che già nel 1908 a Copenhagen ebbe luogo una esposizione di notevole impatto dal titolo: “Civita d’Antino dei pittori danesi”. Far presente poi che molta parte delle opere presenti nei numerosi musei di Copenhagen ricordano e descrivono questi luoghi di Civita d’Antino e di Sora e della Valroveto non si fa che confermare una parentesi gloriosa nella Storia degli artisti danesi. Il 13 gennaio 1915 pochi minuti prima delle otto di mattina nella Marsica, nella Valleroveto e nel Sorano si rovesciò quel cataclisma annientatore che fu il terremoto che portò con sé la quasi distruzione completa delle località menzionate e perfino di   Civita d’Antino, pur se annidata a mille metri di altezza. L’artista che nei suoi soggiorni, assieme alle bellezze naturali e alla ospitalità e benevolenza nei suoi confronti, aveva anche assaporato la rigidità dell’inverno e quindi del freddo che non pochi dovevano sopportare, nel suo testamento che redasse il 25 aprile 1915 si lesse tra l’altro: ”Ai poveri di Civita d’Antino versò 15000 Corone da pagare al Sig. Diomede Cerroni per l’istituzione di un fondo i cui interessi dovevano essere distribuiti annualmente come sussidio invernale”.

Al termine ‘Ciociaria’ si è portati a conferire a aprioristicamente un connotato geografico e territoriale che, pigramente, si vuol far coincidere con la provincia di Frosinone. Errore. Ciociaria è un concetto folklorico,   che se si vuol tradurre in geografia e territorio, allora occorre prendere atto che, folkloricamente, comprende i seguenti territori amministrativi: la provincia di Latina (salvo le città marittime), la provincia di Frosinone (territori del fu Stato della Chiesa e del fu Regno di Napoli), la provincia di Roma (i territori a Sud dei Castelli e di Palestrina e quelli sui Monti Ruffi e Simbruini), le pendici molisane delle Mainarde (Filignano e frazioni) e altri paesetti circostanti, la Valroveto fino a Civita d’Antino ma con documentati richiami nella Marsica nonché i paesetti sugli Appennini al di là dei Simbruini. Se poi infine ci si rende conto che ‘ciociaro’ è colui che veste un particolare abito e quindi può parlare russo o napoletano, essere cinese o turco o sardo, allora se ne comprenderà il significato, come qualcuno ha rilevato, spirituale, patrimonio generale, come Utopia, Antartide, Terra Santa che tutti sappiamo dove si trova ma nessuno ne conosce esattamente il territorio…

Michele Santulli

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