CITTÀ E LOCALITÀ CIOCIARE

LA CAPPELLA CAMPANARI NEL CIMITERO DI VEROLI

Isabella Campanari (1864-1949), passata alla storia della famiglia come donna affascinante e colta, della vecchia e nobile famiglia Campanari di Veroli-Castelmassimo, trascorse gran parte della esistenza a Napoli in un appartamento del centro cittadino dove ebbe la possibilità di poter espandere e realizzare la carica interiore di interessi e di ricerche, cosa ardua nel suo paesetto. Le sue propensioni artistiche e culturali ottennero che la sua abitazione divenisse nel tempo un luogo di incontro della cultura e dell’arte partenopee. Si racconta (ved. G.Trulli: Veroli segreta, 1998) che tra le frequentazioni più ricercate e più stimate ci fosse la scrittrice e giornalista Matilde Serao, all’epoca legata ad Edoardo Scarfoglio, giornalista di grido. Una volta tornata a Veroli per ragioni di famiglia, verso il 1910, era nel pieno della sua avvenenza e maturità, diede incarico ad Ernesto Biondi di realizzare una cappella funeraria di famiglia dalle fondamenta, in ogni dettaglio. E così avvenne. Quindi questo mausoleo rappresenta una sintesi e una summa perfetta del mondo di Ernesto Biondi sia come artista e sia come architetto, come decoratore, come progettista, come pittore. Egli si era già cimentato in più occasioni in queste attività apparentemente non propriamente scultoree, come per esempio nella progettazione di tutto il parco dove sorgerà la famosa Fontana della dea Feronia da lui realizzata a Cisterna di Latina. Quindi il mausoleo Campanari di Veroli è anche il monumento alla personalità eclettica di Ernesto Biondi, al momento del conferimento dell’incarico all’apogeo del suo successo.

Trattasi di un blocco di pietre lisce squadrate di travertino, a gradoni, compatto e possente, sormontate da una cupola pure in pietra e da angolari antropomorfi sulle quattro sommità. Le pietre sono diventate scure col tempo e tale fatto contribuisce alla sensazione di possanza che trasmette la struttura, pur se luce e luminosità dovevano essere sicuramente le finalità sia della committente e sia dell’artista. E suggestivo doveva essere lo spettacolo offerto da questa massa di bianco travertino così sapientemente fatto rivivere. Fuori della cappella sul lato superiore frontale e posteriore sono due pannelli scolpiti e ai piedi della scala di accesso due leoni con la testa china davanti ad una enorme campana simbolo araldico dei marchesi Campanari con la scritta Honor-Virtus. Invero la testa china dei leoni è una licenza dell’artista in quanto l’araldica tradizionale della famiglia connota i leoni in posizione rampante. Lo spettacolo eccezionale è riservato al visitatore quando, superata la ancora splendida porta in ferro lavorato pur se in condizioni critiche di conservazione -anche essa certamente opera del Biondi- si entra in questo scrigno inimmaginabile: gratificazione e rispetto suscita un grande mazzo di crisantemi bianchi collocati al centro del pavimento, segno che questo mausoleo è accudito da qualche familiare o erede, pur se la situazione complessiva ci lascia mortificati a causa dello stato di rovina: le pareti impregnate di tracce di umidità e gli intonaci scrostati e cadenti, la volta degradata e ormai così annerita dalla umidità che il dipinto, forse, presente all’origine è completamente scomparso. Ma lo spettacolo che ci offrono le opere d’arte scultoree presenti ci compensano della triste visione del disfacimento. A destra, in una grossa conchiglia in marmo bianco, è disteso in grandezza naturale il corpo nudo di Isabella Campanari nel pieno della sua bellezza. L’artista ha profuso in questo corpo sfolgorante di attrattive e di vita adagiato su un letto di rose tutta la sua abilità ed estro all’insegna del più puro Liberty: il verso biblico “fu soave la sua voce, fu bello il suo aspetto” sul basamento completano la veramente sconvolgente immagine. Ma di fronte ad Isabella lo spettacolo forse è ancora più toccante e suggestivo: sempre in una conchiglia, in simmetria dunque con quella di fronte, giacciono distesi i corpi dei genitori di Isabella, anche questi splendidamente scolpiti in marmo bianco, teneramente uniti per mano, vicini, uno di fronte all’altro, con sembianti ed espressioni così felici e rassicuranti e trasognati che fanno tralucere, perfino leggere, l’amore e la passione che dovevano averli tenuti uniti quando in vita. L’atmosfera e le sensazioni ma soprattutto la atemporalità dei sentimenti e delle suggestioni ci ricordano come ben si immagina gli sposi etruschi di Tarquinia. A me pare che in questi due corpi l’artista ha dato il massimo della sua potenza espressiva e forza artistica, come un critico ha sottilmente rilevato: “Egli eleva nel marmo un inno alato alla continuità della vita nella morte”. Anche qui una frase biblica scolpita: ”Il giusto fiorirà come la palma, crescerà come il cedro del Libano”. Ed effettivamente nulla in queste due immagini di Isabella e dei suoi genitori lascia intravedere che sono i loro monumenti funerari: effettivamente sono i monumenti alla vita! Sulla parete di fronte sull’altare, in altro stile, in altro materiale, ammiriamo una iconografia cara all’artista e cioè le Marie o le Pie Donne che compiangono il corpo del Cristo morto, un soggetto da lui riproposto in qualche altra occasione: infatti è lo stile squadrato e spigoloso, cubista dunque, che abbiamo incontrato nell’opera ‘Le Misere Recluse’ anche di questo periodo.

Non vogliamo menzionare il particolare che questa cappella funeraria, quando costruita, aveva attorno lo spazio adeguato per farla respirare ed ammirare nella sua integrità ed interezza e che ora invece, come al solito, grazie a qualche sindaco lungimirante e intenditore non necessariamente di cose d’arte, è successo che la parte posteriore nonché quella sinistra di tale eccezionale complesso risultano soffocate da alte pareti di loculi quasi a ridosso o in aderenza, che hanno tolto spazio e respiro a tale capolavoro di architettura funeraria alterandone e guastandone e sminuendone e offendendone la fisionomia di insieme. Iniziative solo distruttive, imperdonabili, primitive, perché hanno solo degradato, senza un vantaggio reale per i poveri morti, senza impedire e risparmiarsi, successivamente, i necessari ampliamenti dei luoghi invece abbondantemente realizzati.  

A dispetto dunque dello stato piuttosto deprimente dell’interno ci troviamo chiaramente di fronte ad uno dei due o tre capolavori autentici di Ernesto Biondi e sicuramente, assieme ma più ancora di quello di Onorato Capo di Anagni, di fronte ad uno dei mausolei funerari più importanti d’Italia, sicuramente il più raffinato e delicato e classico di tutta la Ciociaria prima e dell’Italia Centro meridionale dopo. In realtà è un vero piccolo museo ma grande di qualità. Bello sarebbe, perciò, ma soprattutto giusto e intelligente e, anche, produttivo, se qualche soldo speso fino ad oggi per un aeroporto inesistente e, per di più solo devastatore, o per altre insignificanti amenità analoghe, si fossero spesi ma soprattutto si spendessero per restaurare questi due gioielli di arte e di architettura di Isabella Campanari di Veroli e di Onorato Capo di Anagni, dei quali, a mio avviso, i rispettivi sindaci nemmeno conoscono la esistenza, certamente il loro significato e la loro rilevanza, visto e documentato lo stato incivile e degradato in cui si trovano da anni. Promuoverne, inoltre, la conoscenza e le caratteristiche significherebbe innestare inevitabilmente un piccolo vero reale autentico processo turistico, a vantaggio di tutti.

                                                                                         Michele Santulli

 

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