MONOGRAFIE

IL MITO DELLA BELLEZZA IN VALCOMINO

E’ certo che oggi guardandosi attorno nulla e niente fa dedurre ‘bellezza’ e attenzione e cura della bellezza: solo se si alzano gli occhi, lo spettacolo dei monti e delle foreste ancora presenti dispongono l’animo a recepire il senso e anche il mito della bellezza di questi luoghi una volta incontaminati. Basti rammentare che i cittadini hanno sborsato ottomilioni di Euro (così dicono fonti informate, visto l’assoluto manco di trasparenza delle istituzioni interessate) tolti alle borse di studio e al benessere pubblico solo per la redazione, grassa e opulenta, di un progetto che prevede la cosiddetta dorsale appenninica cioè la solita superstrada fatta di viadotti e ponti e gallerie che dovrebbe o avrebbe dovuto collegare Sora e Isernia attraverso la Valcomino: e nessuno e niente si è sentito contro tale ulteriore micidiale attentato all’ambiente e al paesaggio se non il vociare gioioso e gratificato dei politici, non solo nostrani. Hanno letteralmente annientato e cancellato le sole due zone pianeggianti della valle, una volta ubertose e fertili, ora ripiene di capannoni e abitazioni senza alcun criterio architettonico e urbanistico, col solo ulteriore risultato di abbrutire e abbruttire l’ambiente e, tra l’altro, di svuotare e disabitare i centri storici. Cementificazione selvaggia ovunque ad Atina, a Picinisco, a Villalatina, a Gallinaro, distruzione del verde, campi voltaici al posto dei campi di grano; impresa produttrice di solventi che dopo aver avvelenato il fiume, ha chiuso e tutto abbandonato, a degrado dell’ambiente e del paesaggio, nella indifferenza di chi preposto al rispetto e salvaguardia dei luoghi. Ma ci arrestiamo: l’elenco delle malefatte e della ignoranza e del lassismo non è breve: ne abbiamo voluto offrire un breve spaccato affinché il visitatore e il cultore siano preparati a tal contingenza: ora meglio toccare altre corde.
E in questo medesimo territorio di cui stiamo parlando, la Valcomino, nel passato assieme a realtà sociali terribili quali la emigrazione, la fame, la violenza, la tratta dei bimbi, è nata la bellezza, la perfezione dei corpi delle donne e degli uomini, quasi a indennizzo e a risarcimento delle sofferenze e vessazioni.
E’ incredibile quanto ne è uscito.
E vogliamo senza indugio ascoltare le parole che hanno espresso uomini di lettere e di arte davanti allo spettacolo della donna o dell’uomo in posa sulla pedana:

  • “…merveilleusement belle, belle comme une Vénus, comme Apollon…elle était un enchantement des yeux” “una meraviglia, bella come una Venere, come un Apollo…un incanto della vista” sono le parole di Rodin il più grande scultore europeo, espresse a proposito di una sua modella di Gallinaro, Maria Marcantuoni, che aveva posato per la seconda edizione della Eva.
  • “Les femmes romaines… les plus belles du monde… les yeux, les épaules, les mains, les culs sont superbes…” scrisse J.B.C.Corot ad un amico a proposito delle modelle ciociare a Roma agli inizi del 1800: non serve la traduzione poiché il corpo della modella è perfettamente individuato.
  • ”…d’une beauté et d’une grâce parfaites” sono le parole “bellezza e grazia perfette…” che un giornalista parigino scrisse a proposito di Anna Abbruzzese da Gallinaro, modella amata di Rodin: basta dare uno sguardo alla ‘Toletta di Venere’ o a ’Cibele’ sculture per le quali aveva posato, per meglio comprendere il significato del commento del giornalista.
  • ”like Eve and Semiramis… she had splendour and solemnity: her glory lasted nearly ten years”. Sir E. Burne-Jones, grande pittore inglese, così si espresse a proposito di Antonia Caira da Atina: “come Eva e Semiramide… era splendida e regale: la sua gloria durò circa dieci anni”: quadri di importanti artisti ne ritraggono la fisionomia e il corpo splendido. In tutta la storia dell’arte non è poi così facile imbattersi in giudizi del genere espressi da un artista famoso sulla sua modella.
  • “The living embodiment of a classic beauty” “la personificazione vivente della bellezza classica” così passato alla storia Alessandro de Marco da Picinisco. L’armonia del suo corpo era tale che, a detta degli artisti stessi, tra cui il già menzionato Leighton, posava anche per corpi femminili! Anche tale ambivalenza fisica, quasi un ermafroditismo artistico, una realtà a dir poco eccezionale nella storia dell’arte.
  • “Die herrlichen Gewaender der Frauen, ihre Wohlgestalt und natuerliche Grazie…” “i magnifici abiti delle donne, il loro fine sembiante e grazia naturale” così si espresse lo storiografo Ferd. Gregorovius osservando le donne che sfilavano in una processione a Cassino. Qualcosa di diverso e di particolare dovevano avere le donne della Valcomino dunque se riuscivano a strappare così quasi normalmente, tali apprezzamenti.
  • “i migliori modelli italiani…apprezzatissimi per i loro piedi” naturalmente si tratta solo dei modelli ciociari, che si propone di mettere a disposizione degli studenti: allorché insignito direttore della celebre scuola di disegno Slade ancora oggi attiva presso la Università di Londra, verso il 1870, è con queste parole di cui sopra che Sir John Edw.Poynter, celebre pittore, chiuse il suo discorso inaugurativo. Si era già rilevato che tanti artisti sia a Parigi e sia a Londra nei loro album di appunti riportavano sistematicamente schizzi di piedi, di mani, di arti dei loro modelli ciociari. A questo proposito mi piace riportare le parole riferitemi da un conoscente parigino di Rosalina Pesce, la Semeuse, patrimonio culturale della Francia: ancora in età avanzata, raccontava che non di rado degli artisti andavano da lei per riprenderne soprattutto i piedi. Sembra incredibile, ma anche questo è un aspetto che lascia senza parole.
  • “dal corpo turgido e selvatico come una pantera” sono le parole che Rodin ci ha lasciato attraverso il suo biografo, della giovinetta di Gallinaro Maria Antonia, in posa nuda davanti a lui e ai suoi discepoli, per la cosiddetta ‘Eva’ incompiuta all’incirca nel 1884. Citiamo spesso lo scultore Rodin perché per lui era impensabile poter lavorare senza un corpo umano davanti e poi perché tra i suoi numerosissimi modelli i più amati e più considerati erano quelli ciociari: la maggior parte delle sue opere più celebri sono la immagine delle sue modelle e modelli, soprattutto modelle.
  • “…les modèles qui sont ici de toute beauté” così il collega pittore scriveva all’altro pittore Navez, belga, nel 1838, da Sonnino o da Roma.
  • “Les femmes ici sont généralement très belles” la traduzione non è necessaria: così scriveva il pittore parigino Henner al fratello nel 1859 allorché a Roma nel mondo delle modelle.

Queste sono alcune delle osservazioni nelle quali mi sono imbattuto nelle mie peregrinazioni letterarie limitatamente alla Valcomino. Ma che cosa mai avranno detto o pensato gli artisti, che invece non conosciamo: in effetti c’è una realtà da comprendere: di norma l’artista non conferisce rilievo o menzione particolari alla figura del suo modello, pur apprezzandone talvolta grandemente le qualità: per lui il modello è come il tubetto dei colori, come la tela o la cornice o il telaio: un ingrediente e strumento del suo lavoro e null’altro, meritevole di scarsa o nulla attenzione: perciò tanto più significativi sono i giudizi citati. Matisse per esempio pur avendo scritto da qualche parte che “Mes modèles….Elles sont le thème principal de mon travail. Je dépends absolument de mon modèle” di quella che fu senza dubbio la modella più significativa, e anche più amata, della sua lunga esistenza d’artista, quella cioè che nel corso di un rapporto di lavoro personale al quarto piano di un antico palazzo lungo la Senna durato circa otto-nove mesi lo aiutò a letteralmente traghettare con successo dal mondo fauve a quello della fulgidezza e ricchezza cromatica, cioè dal periodo parigino a quello durato quarantanni di Nizza, non ha lasciato nemmeno una parola, solo il nome che incontriamo in alcune delle cinquanta opere a lei dedicate: Laurette. E quando alla sua morte gli eredi fecero l’inventario di quanto da lui lasciato in eredità, nel compendio dei quadri ne fu rinvenuto uno, con stupore di tutti, registra lo specialista Jack Flam, risalente a quaranta anni prima, a loro sconosciuto, che l’artista non aveva mai mostrato a nessuno, che aveva tenuto celato solo per lui: era un quadro splendido, oggi al Museo d’Arte Moderna di Parigi, che illustra Laurette distesa sul pavimento, in una sinfonia di colori delicatissima e suggestiva, con una tazza di caffè posata su uno sgabello.
Abbiamo detto che per gli artisti i propri modelli non rivestono alcun ruolo significativo oltre a quello di rappresentare un mezzo del loro lavoro e le rare volte che si sono espressi lo hanno fatto in maniera apparentemente superlativa, quasi una esagerazione, un complimento formale. E se si tratta di una amplificazione e perfino gonfiatura o di una pura costatazione della realtà fisica, la conferma ci viene osservando una minima parte delle opere per le quali hanno posato queste creature: tali opere d’arte sono infatti il loro ritratto, non un ritratto inventato dall’artista, perciò la conferma o meno dei giudizi espressi dai vari artisti: anche se può parere incredibile è Picasso che ha espresso al massimo, secondo uno studioso, tale simbiosi inaudita modello-artista: “Le modèle ‘est’ la peinture” “l’opera pittorica è il modello”. Alla Galleria Tate di Londra si ammira una scultura in bronzo in grandezza naturale intitolata: il neghittoso, il nato stanco, che impersona il corpo nudo di un giovane: per questa scultura realizzata da Sir Fred.Leighton posò Gaetano Valvona da Picinisco, che diede corpo e volto e anima: l’opera d’arte in questione è il corpo apollineo e perfetto del modello, il suo ritratto da capo a piedi. Sempre nel medesimo museo e sempre del medesimo artista si ammira un’altra scultura in bronzo pure in grandezza naturale che illustra un atleta che lotta con un serpente: anche qui abbiamo davanti agli occhi il sembiante e il corpo non di un ragazzo di Immoglie di Picinisco, Angelo Colarossi, bensì di una divinità greca, dell’epoca di Fidia, di Prassitele, di Lisippo, tanto perfetti il suo corpo e il suo volto. Affiora periodicamente sul mercato antiquario una scultura in bronzo in grandezza naturale realizzata da Alex. Falguière che riproduce il corpo morbido e scultoreo di Carolina Carlesimo da Casalvieri/Velletri, opera talmente ammirata e appetita, ancora oggi, che l’artista ne realizzò centinaia di esemplari in tutte le misure. ‘La donna accovacciata’ o ’Iris messaggera degli dei’ o ‘La cariatide che trasporta la pietra’ opere celeberrime di Rodin ci danno una idea inconfondibile del corpo flessuoso e selvaggio di Adele Abbruzzese da Gallinaro, sua modella, a mio avviso quella che maggiormente ha inciso sulla personalità dell’artista: è da lei che l’artista, vedendola camminare davanti a lui nell’atelier e assumere anche le posizioni più irrealizzabili, che l’artista sentì la necessità impellente di riprendere e conservare quei movimenti e pose e atteggiamenti e approfondì quindi la pratica di disegnare e schizzare tutto quanto gli si parava dinanzi ritenuto da lui degno di essere ripreso e conservato: da qui le migliaia di disegni e schizzi realizzati nel corso degli ultimi venticinque anni della sua esistenza. Anche J.S.Sargent si servì molto dei modelli e modelle ciociari e l’opera che più mette anche ora in risalto la bellezza pura e classica, usiamo sempre questo termine, è il ritratto della cosiddetta ‘Carmela Bertagna’ in realtà il ritratto di Carmela Bevilacqua da Gallinaro: anticipando una delle tante domande, ci si chiede come è stato possibile che da questi luoghi sperduti e impervi e primitivi possano essere sbocciati tali fiori? La stessa domanda ci si pone urgente al cospetto delle opere di Whistler, di Pascin, di Emile Bernard, di Matisse che ritraggono il corpo sfolgorante e giunonico di Carmela Caira pure da Gallinaro detta la ‘Venere di Montparnasse’. Si resta stupefatti e ammirati al cospetto del ‘San Giovanni Battista’ o dell’ ’Uomo che cammina’ due sculture in bronzo in grandezza naturale di Auguste Rodin che sono il ritratto del suo modello preferito, Cesidio Pignatelli da Gallinaro la cui sola presenza, quasi un fenomeno di maieutica, fece sgorgare dalla creta nelle mani dell’artista questi due capolavori inauditi che non sono, soprattutto il S.Giov.Battista, che la riproduzione quasi copia fotografica del corpo e del sembiante del modello.
Lo stesso risultato conseguiamo alla vista del ‘Seminatore’ o del ‘Falciatore’ sculture in bronzo di Thornycroft, altro notevole scultore ma inglese, che non sono altro che il ritratto di Orazio Cervi da Picinisco; alla vista del quadro di Jalabert, pittore francese, che ritrae la ciociaretta famosa Maria Pasqua da Gallinaro in costume ciociaro; davanti al quadro di Sir John Ed.Poynter già citato che mette sotto gli occhi dell’osservatore il corpo luminoso di Antonia Caira modella di Atina nelle sembianze di Andromeda. Lo stesso sbalordimento scaturito da questa realtà fuori del comune quasi inverosimile e miracolosa nella storia dell’arte per cui l’opera d’arte è in realtà il modello stesso ma non quello che paga il pittore per avere il ritratto bensì il modello che posa per mestiere e viene pagato dall’artista ma, ecco il miracolo, che ha in sé quel quid particolare individuale che risveglia e stimola nell’artista altre modalità di creazione e di invenzione: sto parlando di Michelangelo de Rosa da Atina, il ciociarello nel suo sgargiante costume ciociaro che quasi fece cadere tramortito Cézanne quando lo vide, dondolandosi mollemente, passare davanti a lui e ai suoi amici pittori seduti al caffè di Place Pigalle.
Le domande sono molteplici. Considerati i tempi, le situazioni, i contesti sociali e familiari, anche le condizioni igieniche, quale è stato il meccanismo e la spiegazione per cui tanti giovani, uomini, donne, furono dotati dalla natura di siffatte prerogative fisiche? E poi come mai quei piedi e anche quegli arti e mani così pittoricamente significativi? Del suo modello Antonio Coia, sicuramente originario di Cerasuolo nelle Mainarde Molisane, Sargent ha lasciato un disegno completo di indirizzo, di una sua gamba e del suo piede! Perché la modella della Vallegrande di Villaltina o di Frattone di Gallinaro o di San Gennaro di Picinisco sì e quella di Alatri o Fondi o di Anticoli no?
Ecco una ricerca appassionante da parte di qualche studioso e ricercatore: il mito della bellezza nella Valcomino nel 1800.
Pur se esauriente, tale carrellata sulla bellezza delle donne e degli uomini della Valcomino va integrata e completata con la visione generale di quel mondo reperibile nel libro “MODELLE E MODELLI CIOCIARI A ROMA, PARIGI E LONDRA NL 1800-1900” la cui lettura caldamente raccomandiamo.

© Michele Santulli

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