TERRA DI LAVORO

BORBONI CIOCIARI O CIOCIARI BORBONI?

Il ciociaro può essere romano o napoletano o, secondo alcuni, anche abruzzese, veniva individuato anche come campagnolo (Campagna romana) o come regnicolo (Regno di Napoli), come papalino (Stato della Chiesa) o borbonico (regno di Napoli): il ciociaro può parlare romano o napoletano o anche cinese e turco, può mangiare la pizza o i carciofi alla giudea, può vivere a Roma o a Napoli o a Parigi e anche a Pechino, ma sarà sempre ciociaro finché, però, veste in un certo modo e indossa certe calzature. Ci siamo: l’abito! E’ l’abito che fa il ciociaro! Non come parla o dove è nato o dove vive. Cioè ciociaro è un concetto squisitamente folklorico e solo folklorico. Lo rende ciociaro e lo connota ciociaro lo splendido abito che indossa -in verità erano veri e propri stracci variopinti- che farà letteralmente incantare e impazzire gli artisti (pittori, scultori, letterati, compositori) quando li incontravano sempre più numerosi per le strade di Roma, dove sono presenti già dalla fine del 1700. Il risultato fu che per oltre centocinquantanni il personaggio in costume ciociaro sarà, per i pittori principalmente, il soggetto umano, nell’arte occidentale del Setteottocento, più illustrato e più amato dalla stragrande maggioranza degli artisti europei e uno dei risultati è che non vi è museo Oltralpe dove alle pareti non sia appeso almeno un quadro ciociaro.

E per tornare all’inizio e cioè la questione borbone-ciociaro, il fatto incredibile e perfino paradossale -naturalmente per certi nostalgici ostinati- è che la matrice sia del costume ciociaro e sia del personaggio ciociaro si trova proprio nell’Alta Terra di Lavoro! Cioè il costume ciociaro celebre in tutto il mondo -salvo che in Ciociaria va detto e quindi anche in quella che era Terra di Lavoro!- è nato ed è originario dell’Alta Terra di Lavoro! Chi ne vuol conoscere di più raccomando la lettura di un libretto intitolato appunto ‘IL COSTUME CIOCIARO NELL’ARTE EUROPEA DEL 1800-1900”. Cioè il costume ciociaro non solo è nato in Terra di Lavoro Settentrionale, ma Cassino ne è perfino la porta di ingresso. Quindi una collocazione cerniera e cardine.

Quindi il concetto ‘Ciociaria’ è un concetto solo folklorico e non amministrativo o geografico o politico o altro, volerci dunque riconoscere significati differenti è errore e distorsione perfino banali. Essa comprende cioè l’ampia regione a sud di Roma dopo i Castelli fino al Garigliano avente per confine occidentale gli Appennini e per orientale la antica Via Appia, è il territorio dunque che poi in epoche recenti è stato smembrato tra tre province: FR LT e Roma: Frosinone effettivamente ne rappresenta la parte più estesa e, a mio avviso, immeritatamente in quanto ignara ancora oggi di quello che ne è il vero significato e valenza. E quindi questa gloriosa Terra nota da sempre in tutto il mondo per il suo smagliante costume -ma non solo- come nessun’altra regione storica italiana o di altra nazione, purtroppo non esiste più perché non esiste più il costume ciociaro. Come non esiste più la Terra di Lavoro, come la Dacia o la Cirenaica o Littoria, o Rodesia, ecc. esiste solamente la nostalgia, il rimpianto….

E perciò quei commenti di sufficienza e di malcelata sopportazione che non di rado percepisci in giro in certi contesti e ambienti di Cassino, di Sora, di Arpino e anche altrove ogni volta che si parla della ‘ciociarità’ di questi luoghi e della immotivata e infondata ritrosia di detti benpensanti a riconoscere che essere nostalgico borbonico e di Terra di Lavoro non inficia minimamente l’essere ‘ciociaro’, detti commenti sono in verità anche un po’ risibili e ridicoli. Il caso vuole che questo termine ‘ciociarità’ fu coniato proprio da quell’incommensurabile Anton Giulio Bragaglia che in verità tanti anni fa ebbe una gustosissima e lunga diatriba epistolare e giornalistica con quell’altro grande ciociaro che fu Tommaso Landolfi di Pico che, pure lui, escludeva che essere borbonico potesse equivalere anche ad essere ciociaro, anche lui, il grande scrittore e gloria della Ciociaria, ignorando il significato solo folklorico del termine.

E a dispetto di una realtà sociale semplicemente storicizzata, che non fa che confermare e anzi evidenziare anche una precarietà connotativa dei luoghi semplicemente inconfutabile, si continua imperterriti e imperturbabili a seminare confusione ed a sollevare polveroni non tanto perché riesumando il concetto: Terra di Lavoro ma soprattutto perché sostenendo delle amenità veramente truculente quale, per esempio, quella secondo cui, per esempio, i cassinesi fisicamente sono più simili ai formiani e ai gaetani piuttosto che ai frusinati !! Sempre ammesso che i cassinesi veri e autentici siano ancora disponibili e presenti. E, per concludere, quando si scambiano i loro saluti scrivono: “saluti affettuosi e napoletani”!!

A parte queste che abbiamo chiamato amenità e sollazzi accademici, che non possono portare da nessuna parte, la realtà invece impegnativa da richiamare alla memoria è quella già menzionata in precedenza di Cassino quale cerniera tra Nord e Sud, quale vera e propria porta del Sud della Ciociaria: è il riconoscimento di un ruolo prestigioso e antico, non aggiuntivo a quelli già consolidati di teatro decisivo della seconda guerra mondiale e di patria di Montecassino, bensì connaturato da sempre con la sua storia: l’auspicio è però che questo ruolo primario di “Porta della Ciociaria” -rimasto fino ad oggi lettera morta- venga invece gestito in modo un po’ più stimolante e produttivo di quanto si è, in realtà, non-fatto per gli altri due!

Cassino, a seguito delle immani distruzioni dell’ultima guerra, ha perso non solo per intiero la sua fisicità cioè le case le chiese le strutture urbanistiche ma, ancora più grave, ha perso tutti i suoi punti di riferimento culturali, artistici, letterari e la città -se si esclude quanto realizzato da Montecassino soprattutto e dall’Università- ancora oggi soffre pesantemente di tale avulsione culturale ed artistica dal proprio passato, della perdita cioè della sua memoria storica. Ecco quindi una occasione veramente memorabile da cogliere immediatamente e cioè non solo di impiantare finalmente una pinacoteca di pittura ciociara dell’800 che pur equivarrebbe in effetti alla riappropriazione ai cittadini di Cassino e a tutti i ciociari della regione e a quelli all’estero, di un patrimonio comune del passato, anche se con imperdonabile ritardo, quanto anche a farsi promotrice e guida delle radici e delle tradizioni di tutta la regione ciociara. A Cassino sono vive e attive forze intellettuali e imprenditoriali come in nessun altro luogo della provincia atte a promuovere in modo intelligente questo eccezionale ruolo conferitole dalla Storia di “Porta della Ciociaria”. Una eredità, dunque, quella del folklore ciociaro e anche della sua storia gloriosa, da salvaguardare e, se si è capaci, di valorizzare. Una iniziativa che di un colpo collocherebbe Cassino al primo posto delle città della Ciociaria che, ricordo, è molto di più che la provincia di Frosinone.

Michele Santulli

 

 

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