TERRA DI LAVORO

SAN BENEDETTO, IL LAVORO E IL GOTO

Nel Vecchio Testamento il lavoro dell’uomo, quando diventa una componente esistenziale degna di essere menzionata, è considerato sempre una condanna, “guadagnerai il pane col sudore della tua fronte”, una oppressione, uno sfruttamento pauroso, lavori forzati a ritmi opprimenti sotto lo scudiscio di guardie feroci, come accadde al popolo di Israele, “un campo di lavoro” ante litteram. Per secoli fu così. Dovunque. Una maledizione. Solo con la liberazione di Israele dalla schiavitù egiziana, il dio biblico addolcì questa componente della vita umana con la introduzione della prescrizione più rivoluzionaria del tempo e cioè del sabato come giorno di riposo assoluto, alla guisa di Dio stesso che dopo giorni di creazione, al settimo si riposò. Nel Pentateuco, i primi cinque libri del Vecchio Testamento, sono numerosi gli interventi a favore del mondo del lavoro: la protezione degli schiavi e dei salariati che vanno pagati il giorno stesso, viene punito lo sfruttamento, il lavoro di Israele comincia ad essere considerato un ingrediente della esistenza reso fecondo e prosperoso dalla presenza di Dio che “benedirà l’opera delle mani di Israele”. Numerosi altri ammonimenti vengono continuamente rammentati a favore dei lavoratori e dei poveri tra i quali in particolare le vedove e gli orfani, ai quali va destinata una parte del lavoro degli altri.
La nascita di Israele, del popolo ebreo dunque, comportò con sé, come visto, anche la redenzione vera e propria del lavoro. Fu solo però Gesù Cristo che ne inquadrò la essenza e i principi fondamentali, pur non scendendo nei particolari del Dio Biblico: il mondo del lavoro attraverso le continue allusioni al vignaiuolo, al pescatore, al falegname, al medico, all’esattore delle tasse, al contadino diventa un ingrediente normale della vita comune quindi nessuna considerazione per gli arricchimenti di ogni genere alla base dei quali vi è necessariamente lo sfruttamento o la corruzione e quindi per i loro detentori come si sa le vie della salvezza eterna sono precluse. Erano, al contrario, benvenuti e benedetti la ricchezza e il benessere scaturienti dal lavoro indefesso e impegnato, nel rispetto e nella salvaguardia degli interessi dei prestatori d’opera. Nessuna considerazione anzi punizione e condanna inflessibili, per i seppellitori della moneta a fini speculativi, poiché la moneta, dice il Messia, va fatta circolare e va fatta fruttare: si rammenti la parabola del vignaiuolo. E i miracoli da Lui realizzati della moltiplicazione dei pani, erano contingenze momentanee, in quanto la realtà era, secondo le Sue parole, che la panificazione era compito solo dell’uomo e del suo lavoro.

Ma fu con San Benedetto, all’incirca seicento anni dopo Gesù Cristo, che il lavoro divenne un fatto morale, etico, suscettibile perfino di avvicinarci alla divinità. E per sottolineare e rammentare l’operosità e lo spirito imprenditoriale che hanno da sempre caratterizzato la gente ciociara qui da noi e forse maggiormente all’estero, è sicuramente fonte ulteriore di grande stimolo ricordare che è qui da noi che per la prima volta nella storia dell’uomo, quindici secoli fa dunque, è stata proclamata la sacralità del lavoro, come attività scelta e consapevole e responsabile e condivisa e motivata che contraddistingue la esistenza dell’uomo, che non solo procura i mezzi della sussistenza fisica ma che altresì è atta ad educare ed elevare il nostro spirito e la nostra umanità. Era uno dei punti cardine della ‘Regola’ benedettina al quale non era pensabile venir meno, per nessuno: il ruolo fondamentale non solo della preghiera ma anche, sullo stesso piano, del lavoro e dello studio, che nel 1800 un esegeta di grande abilità dialettica e linguistica sintetizzò nel celebre precetto: “ora et labora et lege”, secondo la vecchia massima biblica: c’è un tempo per lavorare, un tempo per pregare, un tempo per vivere, un tempo per…. ecc. E se si cerca di tenere a mente l’epoca in cui tale apologia del lavoro fu formulata da San Benedetto, allora se ne potrà comprendere anche la carica dirompente e perfino rivoluzionaria. Venivano, infatti, scardinati di un colpo secoli di schiavitù e di decadenza e veniva aperta una nuova strada. E’ stata la prima volta nella storia dell’umanità che il concetto di ‘lavoro’ e di ‘attività’ è stato compreso nelle sue implicazioni più profonde nonché realistiche. Il lavoro non fu più una maledizione né tanto meno un segno di servaggio bensì un obbligo e un dovere, etici e, eccezionale, per tutti, a tutti i livelli sociali, una fonte di gratificazione e di gioia. E quella componente terribile che dovrà, nei secoli a venire, nei nostri principalmente, caratterizzarne la essenza, e cioè la alienazione, in San Benedetto invece niente alienazione, né morale né materiale:   la condivisione, la responsabilità, la obbedienza, il servizio a Dio erano le fondamenta.
E il Mondo Occidentale è debitore enormemente all’umile monaco di Montecassino. Infatti questo nuovo vangelo, a seguito della diffusione della Regola Benedettina letteralmente in tutta Europa sulle orme del Monachesimo, è potuto diventare gradualmente patrimonio culturale e intellettuale del Mondo Occidentale ed avviarne così lo sviluppo e il progresso. Sicuramente il destino della umanità sarebbe stato notevolmente diverso se essa non avesse tratto insegnamento e guida da questo precetto.

Ed è stato bello apprendere che tale rivoluzionario ammaestramento venuto da questo monte della Ciociaria non è caduto nel vuoto qui da noi poiché i padri costituenti hanno recepito tale concetto del lavoro ponendolo perfino a caposaldo e a paradigma della nostra Carta Costituzionale ed altresì un papa ha proclamato S.Benedetto Patrono d’Europa proprio nel momento storico in cui venivano istituiti i primi organismi comunitari europei.

Apoteosi del lavoro dunque che molti secoli più tardi a Giovanni Calvino apparirà come la “glorificazione di Dio in terra” e il “segno divino dello stato di grazia dell’uomo”. Cioè per i Calvinisti il lavoro diventa perfino “la verifica concreta della propria salvezza”, il mezzo per avvicinarsi a Dio ! Da tale santificazione del lavoro da parte delle sette protestanti, come si sa, soprattutto negli Stati Uniti, nascerà il capitalismo occidentale in senso moderno secondo le famose deduzioni di Max Weber agli inizi del 1900.

Nel secolo XIX l’intelletto di Karl Marx dovrà riprendere ed elaborare in termini filosofici e scientifici focalizzando su questa attività basilare dell’uomo assieme a certi concetti di San Benedetto addirittura, per l’epoca, destabilizzanti quali il ‘vizio della proprietà’, la giustizia basilare di ‘a ciascuno a seconda delle sue necessità’, ”tutto sia comune a tutti”, ancora una volta l’attenzione del mondo civile. Ma soprattutto ne evidenzierà, del lavoro, l’alto significato quale elemento economico atto a costituire il cosiddetto plusvalore, vale a dire l’arricchimento capitalistico, vale a dire lo sfruttamento del lavoratore, se non protetto dalle associazioni sindacali e dallo Stato. Inoltre la fatalità, una fortunata concomitanza della Storia, ha voluto che, di nuovo, a Cassino, molti secoli dopo San Benedetto, avesse i natali anche il filosofo Antonio Labriola il quale, attraverso un processo ermeneutico di straordinaria sottigliezza e acume, pervenne a circoscrivere anche lui il ruolo esistenziale primordiale, di questa attività umana con parole altrettanto fondamentali: “dal lavoro, che è un conoscere operando, al conoscere come astratta teoria; e non da questa a quello”. Oppure: “dalla vita (=lavoro) al pensiero e non già dal pensiero alla vita: ecco il processo realistico”. “L’uomo fa se stesso, il suo mondo, la sua conoscenza, la sua felicità: tutto quello che egli è come uomo, è opera sua.

E poi tanti emigranti, molti dei quali battevano le vie del mondo fino alle regioni più remote d’Europa, con l’organetto o con il piffero e la zampogna o col pappagallo e la ‘fortuna’: e non pochi hanno avuto grande successo, qualcuno addirittura mondiale. E i luoghi di partenza di questa umanità affamata e avventurosa, primi in Italia, già alla fine del 1700, erano in una zona remota e appartata della Ciociaria Storica, nella Valcomino.

Il libro “CIOCIARIA SCONOSCIUTA” fornisce più approfondite informazioni.

 

Michele Santulli

 

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